Cari amici del castello,
con l’anno nuovo, inauguriamo una nuova serie di articoli che intendiemo proporvi con una certa regolarità sulle pagine del nostro blog. Si tratta di recensioni o brevi commenti su libri che abbiamo letto e che stiamo leggendo, e che ci sembrano degni di interesse, per un motivo o per l’altro. Iniziamo questa serie con uno dei nostri scrittori preferiti, il grande Roald Dahl.
Buone letture!
Il vicario, cari voi
di Roald Dahl (Salani, 2007)
L’ultimo scritto di Roald Dahl: un breve racconto sulla dislessia, problema molto sentito dallo scrittore, che aveva avuto, nella sua infanzia e adolescenza, parecchi problemi di natura linguistica, tanto che in alcune pagelle di quando aveva 15-16 anni gli insegnanti lo avevano classificato come un caso di “analfabetismo” all’interno della classe.
Il racconto, i cui diritti sono interamente devoluti al Dyslexia Institute di Londra, è davvero un piccolo capolavoro: parte da uno spunto serio, e lo rovescia con la consueta magistrale ironia, che sconfina nella comicità più irresistibile. Narra la curiosa vicenda di un vicario che, dopo aver ricevuto il suo primo incarico impegnativo, per l’agitazione torna a soffrire del disturbo che lo aveva afflitto da bambino, e che aveva brillantemente superato: si tratta appunto di una particolare forma di dislessia, che si manifesta (e qui ovviamente Dahl si è preso qualche licenza) solo nel parlato e non nella scrittura e nella lettura. Il vicario, senza rendersene conto, nei suoi discorsi rovescia alcune parole, conferendo loro un significato opposto a quello di partenza. Gli effetti sono comicissimi, anche perché molte delle parole rovesciate (o anagrammate) diventano pesanti insulti ai suoi interlocutori.
Una menzione va fatta anche alle bravissime traduttrici, Manuela Barranu e Dida Paggi, che hanno dovuto reinventare le parole affette da questa strana forma di dislessia, perché le originali inglesi non erano riproducibili in italiano. Per questo, hanno ad esempio scelto di introdurre anche parole o espressioni anagrammate, per mantenere gli effetti comici di partenza (in inglese, le parole erano tutte e solo al contrario, e tutte dotate di significato).
Un applauso al grandissimo Dahl, dunque, che ha chiuso la sua carriera di scrittore con nu oloccip orovalopac.




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